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GALLO
SANTOMARTINO
Di Gallo Santomartino
colpisce la varietà del suo impegno figurativo, e la vastità
dei suoi interessi, che non si arrestano su di un tema. Basta scorrere
il catalogo delle opere e passare attraverso l'arco oramai lungo degli
anni per rendersi conto che spazio quotidiano e percorso dei tempi non
mutano il suo mondo figurativo, semmai lo penetrano con un impegno più
evidente e convinzione più rassicurante.
Mi sembra assiomatico, anzitutto, che il suo interesse sia rivolto principalmente al mondo della natura, alla indagine delle cose che ci circondano, viste nella loro quotidianità. E' come l'anima del fanciullo che scopre a poco a poco il mondo, i suoi segreti, le singole parti di quell'universo in cui viviamo: non intendo l'universo celeste, bensì quello terreno, il piccolo mondo del quotidiano, appunto, di cui non riusciamo mai a cogliere i valori, la sua complessità, la sua continuità, il divenire. Guardare le cose, rendersi conto della loro presenza, vorrei dire esistenza, questo è il problema: perché esse esistono solo se avremo realizzato in noi la consapevolezza della loro struttura, di quello che infine rappresentano (sia come fatto visivo, che nel rapporto che possono avere con la nostra identità umana, con la nostra sensibilità, per il modo infine come la nostra coscienza reagisce alla loro presenza). C'è un rapporto tra mondo esterno e noi: non per nulla qualcuno ha detto che il paesaggio è soprattutto uno stato d'animo. Infatti lo stesso paesaggio può suscitare suggestioni visive diverse. E non soltanto perché può davvero apparire diverso tra estate ed inverno, per gli stessi campi, fioriti o coperti dalla neve: ma perché ciascuno di noi lo sente a modo suo, con i suoi occhi ma soprattutto con la propria scelta, che fa vedere le stesse cose in modo diverso. Mettete due pittori l'uno accanto a l'altro a riprendere il medesimo paesaggio e ne avrete due cose diverse. Basti pensare a Canaletto e Francesco Guardi: fanno la stessa Venezia, ripetono lo stesso Canal Grande o la stessa Piazza San Marco, eppure ci offrono due visioni completamente in contraddizione: solare, fermo, direi esaltante e gioioso il primo, tremulo, melanconico l'altro, quasi presago di future rovine incombenti. Quando Gallo Santomartino si affaccia sul mondo e guarda le cose ne avverte la presenza fisica, la consistenza plastica, le dimensioni, lo spazio in cui quelle vivono. Passa dal particolare all'universale, cercando di non perdere nulla di quella visione, che è fatta soprattutto di conoscenza, di presa di coscienza di una realtà fenomenica. In altri termini il suo paesaggio non è quello degli "impressionisti", che guardano e vedono in chiave di suggestioni visive e cromatiche, ma è proprio di chi lo ha percorso in lungo e in largo, l' ha misurato e vissuto, giorno dopo giorno e ben ne conosce gli aspetti più riposti: tutto dunque entra nello spazio immaginario della tela, nulla va trasferito nel vago d'una suggestione cromatica. Quanto questo sia vero, è chiaramente dimostrato dal modo appunto come il Santomartino affronta l'argomento, pieno di attenzioni, precise, capillari, sia che il paesaggio appaia aperto e solare, sia che plumbeo e solenne presenti' una visione invernale nel silenzio d'una neve che tutto avvolge e comprende. Come questa sua scelta raggiunga la tenerezza d'una verità poetica è dichiarato con francescana sincerità in quel bellissimo disegno, appena un cenno di matita tenera, quasi tremula, dove su un ramo sta un passerotto, colto con immediatezza rappresentativa degna d'un Barocci; e sotto si legge: c'è anche lui. Ecco quella immagine e quella frase m'han dato la chiave di lettura della visione paesistica dell'artista, che tutto vuol vedere e cogliere nella sua ansia di calarsi nella realtà del mondo, di sentirne i valori, per renderlo parte di se stesso. Un aspetto del tutto. Capire l'infinitesimale, per raggiungere l'infinito e l'ingranaggio nascosto che regola il mondo. Anche su questo gira l'interesse di Santomartino, e lo si comprende dal modo insistente e caparbio con il quale va oltre la ricezione visiva e globale per afferrare il particolare con l'occhio della coscienza, per farlo quindi vivere, per analizzarlo nella sua verità. In sostanza il paesaggio non è quella visione che può apparire ai nostri occhi, o non è soltanto quello: esso è un mondo che vive e che pullula di infinite verità nascoste, le quali appaiono ai nostri occhi non appena essi passino dalla sensazione visiva, da en plein air, ad un analitico esame delle singole cose presenti, della fisicità stessa dell'oggetto, delle cose che costituiscono il tutto. Ritorniamo alle origini. Recuperiamo le prime impressioni, le suggestioni di un mondo che s'apre alla nostra vista e, insieme, alla nostra coscienza. Ma poi, col tempo, altre immagini si sovrappongono, i fard della vita si rincorrono; tuttavia quelle prime impressioni non si cancellano, sono nostalgia e mito, ricordi svagati, spesso dolorosi, non tanto perché quel tempi non tornano più, ma per la perduta innocenza di quei primi incontri, per quel guardare attonito quasi con la devozione del credente ad un mondo che si rivela al nostro sentire come perfezione e verità assoluta, Poi col tempo tutto diventa diverso, tutto è strumento, tutto è soggetto alla condizione umana, alla fruizione interessata, talora brutale. Dunque nella pittura di Santomartino la figura umana non appare mai come protagonista, piuttosto essa partecipa all'universo perché in realtà ne fa parte, anche quando vuole dominarlo, farlo proprio, asservirlo agli interessi personali. E' questa, penso, la ragione per cui il paesaggio santomartiniano passa da una visione quotidiana, familiare e vivibile (nel senso che guardandolo lo troviamo assolutamente "conforme" alla verità vivibile e verificabile) come avviene per certe vedute dal vero - o sul filo della memoria, di paesaggi abruzzesi, nel dolce ricordo di Scanno - ad altre più complesse problematiche e intriganti, Chi, sono dunque quelle figurette che animano certi paesaggi e prima ci incuriosiscono ma poi ci appaiono inquietanti? Sono gnomi, folletti, diavoletti di Cartesio che si librano verso l'alto o creature angeliche, o magari soltanto farfalle che assumono aspetti e forme diverse a seconda della nostra personale scelta? perché, qui è evidente, questa natura questo paesaggio così verosimili e certi a poco a poco si trasformano, assumono il ruolo e l'aspetto di un mondo irreale, anzi surreale anzi metafisico. Il paesaggio diventa la nostra coscienza; e là tra quelle figurette inafferrabili ci siamo anche noi, volenti o non volenti, Si entra in un'atmosfera che vorrei definire "felliniana", nel senso che ormai l'immagine passa attraverso la coscienza, è una visione non più una veduta, dove entrano ricordi e sollecitazioni sogni e rimpianti, speranze e delusioni. Ho detto felliniano e non proustiano, nel senso che non si tratta di recuperare il tempo perduto, tornare indietro nella nostalgia infinita di quanto non porrà più essere vissuto se non nel desiderio, ma piuttosto di compiere un viaggio alla ricerca di quella innocenza, di quella necessità di pulizia morale che c'è nella infanzia, accantonata dalla cattiveria che insorge con la lotta per la vita e addirittura dalla bestia che c'è in noi e, che tante volte esplode, terribile e funesta. In fondo, anche nei più duri, anche in coloro che camminano per la loro strada senza guardare neppure dove mettono i piedi e chi calpestano, c'è ancora un po' di spazio alla nostalgia d'un po' di innocenza, di un generoso abbandono. Stanno in quel richiamo il messaggio dell'ultimo film di Fellini e i suoi leopardiani colloqui con la luna, ma anche gli inviti a guardarsi dentro la coscienza, anziché lasciarsi trascinare dal consumismo, simbolo di un benessere tutto epidermico. E' questo anche il messaggio - molto attuale, molto necessario per la nostra civiltà che sempre più vive di edonismo e di "fuoriserie" - che discende da questi quadri di Santomartino, che ho chiamato inquietanti perché colpiscono l'occhio e la coscienza, sollecitano alla meditazione e al dialogo interiore.Sono vedute immaginarie, paesaggi misteriosi narrati con una pittura significante, piena di suggestioni, con piccole macchie di colore, segni ben definiti, cieli incombenti con la loro carica di azzurro intenso o di nubi plumbee sopra una natura avvolta dal freddo di una veduta invernale o dal silenzio d'una strada di villaggio, sul far della sera. "Sogno azzurro": che mondo è quello? chi sono quei piccoli esseri che in quel paesaggio freddo anzi di ghiaccio s'alzano, quasi si librano verso il cielo, per raggiungere il palloncino azzurro che è salito lassù, col filo impigliato tra i rami secchi dell'albero? Vorremmo essere anche noi tra loro? Sono molti i dipinti di Santomartino che, con l'efficacia d'una rappresentazione sempre viva e nuova nella sua suggestione pittorica, propongono soggetti legati a significati che a poco a poco entrano e quindi riemergono dal fondo della coscienza, richiamando quella parte di buono che c'è in noi a qualche riflessione o nostalgia d'innocenza (come appunto intende fare anche Fellini): ma proprio nel "sogno azzurro" mi sembra si riassumono meglio, o più compiutamente, le sue qualità di artista: pensiero ed espressione qui raggiungono il massimo equilibrio, tra poesia e sogno, per la gioia di chi sa comprendere. Pietro
Zampetti
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